Mi perdo nel cercarti
lunedì 8 marzo 2010
8
Se si potessero identificare i punti di inizio e di fine si potrebbe dire che ogni volta si ricomincia daccapo. E si potrebbe anche affermare di non voler ricominciare più, di volere un punto, di segnare una linea, di evidenziare un qualsivoglia confine di demarcazione che ricordi lo spazio in cui non bisogna più mettere piede. Si potrebbe disegnare un cartello di avvertenza: “Off limits”, “Non oltrepassare”, “Terreno avvelenato”. Servirebbe a ricordare, servirebbe a non ripetere, a cancellare le reiterazioni, a eliminare la recidività; sarebbe facile andare da un'altra parte, per esclusione, anche solo per quello. Ma tutto è un unico campo, non abbiamo iniziato e non finiamo, senza capo né coda, in balia del vento che spazza via il segno dei miei passi già fatti.
sgocciolo
Se
esistesse
un
mondo
dentro
cui
cadere
dietro
le
palpebre
fin
dove
arriverei?
«My mind feels like glass
Ready to be smashed»
venerdì 5 marzo 2010
Se ci fosse acqua, qui ci fermeremmo a bere.
Se ci fosse spazio ci stenderemmo sulla terra bruciata. È un paesaggio nero di scogli e di fichi d'india, arrivati nel mezzo dell'ora contraria all'incrocio dell'ultimo avamposto nazionale. Una vipera attraversa cinque metri d'asfalto, la guardo con apprensione, che la prima serpe che abbia mai visto vivere non sia la prima che devo veder morire.
I sandali friggono la pelle dei piedi, stasera ci schiacceremo le bolle nell'aria fresca di un seminterrato in prestito.
Estranei di luoghi che fanno bollire il sangue. Un richiamo più forte della nostra memoria. Il niente.
mercoledì 3 marzo 2010
Lo strappacuore
Leggere Vian è come farsi portare in giro da un cicerone beffardo e irriverente, che descrive paesaggi incantevoli e surreali, ci confonde e si prende gioco dei concetti convenzionali di spazio e tempo.
Giacomorto arriva in un paesino della costa, mentre passeggia vicino al mare sente delle urla arrivare da una casa vicina. Entra e trova Caterina partoriente, infila i guanti e la assiste. Il risultato delle lunghe ore di travaglio sono tre gemelli, anzi dei tremelli, anzi no: due gemelli e un singolo.
Un libro costellato da invenzioni letterarie e continui giochi di parole, traslitterazioni, neologismi. Ma questo si sa, questo è Vian. A volte quasi gratuito, ci si domanda sempre se sia geniale o se solamente si prenda gioco del lettore, forte del potere conferitogli in quanto creatore della storia, dio di quel mondo immaginario. Ma se l'inventiva, a volte solo estetica, si libera nelle descrizioni e nelle trovate di nomi originali, gli avvenimenti, i personaggi e i pensieri sono metafore per decostruire le convenzioni più radicate, per mettere alla prova gli automatismi del pensiero comune.
E così i sacrifici e le paure esagerate dei Caterina, tormentata dall'ansia che ai suoi tre porcellini possa accadere un incidente, sono la testimonianza del suo amore materno, e quanto più il suo pensiero degenera e lei rinchiude se stessa e i figli nella gabbia di un autolesionismo ingiusto tanto più dimostra di essere una buona madre.
Intanto Giacomorto osserva. Si trasferisce in quel paese crudele, dove gli abitanti pagano in oro per essere liberati dalle loro vergogne, dove il prete fa prediche su una religione che non è bisogno ma lusso, perché a Dio non interessa sfamare il proprio popolo, dove i ragazzini vengono sfruttati e insultati come se fosse la cosa più naturale del mondo e i vecchi venduti all'asta in una sadica parata di piazza. Giacomorto osserva e riflette, lascia che abitudini e pensieri lo attraversino, cerca di riempirsi, come l'uomo di latta è convinto di essere vuoto senza emozioni e così dalla sua condizione di diverso si indigna e stupisce per cancellare subito ogni sua preoccupazione: cosa importa a lui che non prova sentimenti, in fondo sono solo comportamenti da uomini.
martedì 2 marzo 2010
etimologia di un'origine
Sono nata tra due mari, tra quello grande e aperto, ponte per l’Africa, porto per stranieri, e quello piccolo e chiuso, dove si coltivano i mitili come fosse un orto, dove si affacciano gli alberi di clementine, dove andiamo a bagnare i nostri occhi, dove il cielo cittadino si specchia rosso di vergogna. Dove l’umido bagna le mani e i capelli, e poi la tramontana arriva a seccare la pelle, lisciare le teste e asciugare i pensieri affogati nella condensa.
Nella “città del tramonto”, dove il mare porta gli oggetti a morire sulla sabbia, come fanno i delfini, come nello stemma originario.
Qui si muore sotto il rosso di un cielo avvelenato, si sosta intrecciando i capelli, si scava il futuro, si respira rabbia e desolazione. Da qui si va via e qui si torna a tramontare, tutti ci tornano, perché il rumore che fanno quei due mari non se lo può scordare nessuno.
Gli attacchi arrivano da destra e da sinistra, non c’è sosta né vero riposo. Allora ti indurisci e lotti. I pescatori hanno la pelle scura e i calli sulle mani, gli occhi consumati a forza di guardare le onde e le labbra secche di sale.
Cresciuti in una terra fertile di aridità, alberi cementati, piedi inquieti, occhi schivi e parole morsicate.
Il centro storico che è un’isoletta inconsistente rispetto all’estensione urbana, come il cuore di un lupo nel corpo di un orso, madre consumata dall’allattamento di una prole troppo estesa, vorace.
I suoi figli hanno lo sguardo bipolare, da un lato all’altro della loro casa vedono la tempesta violentare la superficie del grande mare e la brezza fare slalom tra i pali delle cozze. Il Mar Piccolo è quieto, solo a volte si increspa, ma resta fermo. Cambia colore, è rosa e grigio, sa essere blu intenso e bianco d’argento. Il Mar Grande è mare aperto, sbraita e sussurra, porta odori lontani.
E come può essere il cuore di quei figli? Sbattuti tra le onde, nati su case galleggianti, con lo sguardo sempre oltre la finestra.
Esiste l’alba a Taranto, si può vedere dal mare chiuso, quello che può essere un lago, ma quando la mente cresce da bambina negli stretti vicoli dell’isola e poi si affaccia su tutto quell’orizzonte bagnato, allora diventa audace e arrogante: mare, è il mare.
E su quel mare piccolo che si apre a est il sole sorge per chi lo vuol vedere, ma non potrebbe essere altrimenti. Non può mancare la vita in un posto dove c’è tanta morte.
lunedì 1 marzo 2010
Quello che mi manca è lo spazio per la rincorsa, un orizzonte per i miei occhi, le tue mani sulle mie ginocchia. Non ho le redini per i miei cavalli né le lucciole nei capelli, ma ho trovato un sassolino nuovo da tenere sotto la lingua per smettere di balbettare.
Lucidata a specchio per riflettere un po' più a fondo sollevo il lenzuolo e riconosco il corpo.
Ho colto la mentuccia selvatica per rosolarti a dovere e servirti alla tavola degli impiegati del buonumore: sbucciato e disossato sei molto più appetitoso.
