lunedì 8 febbraio 2010

cooking

Il segreto per la riuscita di un buon dolce è la lievitazione. Far lievitare la pasta della pizza mi riesce piuttosto facile, mia madre dice che è questione di polso, ci si nasce. Io ho polsi e caviglie sottili e forti, ci sono nata.
I dolci sono diversi. Non seguo mai le ricette quando cucino, chiunque abbia confidenza con la cucina lo sa, non si prepara un piatto con il libro aperto davanti. Leggi una volta, memorizzi e poi vai d'esperienza.
Per i dolci è diverso. Quando faccio un dolce ho la ricetta e la bilancia sul tavolo di fronte a me, il forno non si apre durante la lievitazione e la cottura è un equilibrio instabile di temperatura.
La farina deve essere setacciata, il lievito sciolto nel latte o mischiato con la farina.
Io il lievito non lo sciolgo e non setaccio niente. Io metto tutto nella coppa e mischio. Usa la forchetta perché lo spazio tra i denti mi permette di creare nell'impasto le bolle che danno aria al lievito e fanno venire bene la lievitazione.
Io faccio così, è il modo in cui so farlo. Ho ascoltato i consigli, ho provato, ho sperimentato. Ma poi torno a farlo come ho sempre fatto. Perché conosco un modo solo per fare le cose, che poi è il mio modo.

domenica 7 febbraio 2010

anche questo

Se ti accadesse, Roberta, traversando via Ugo Bassi,
all'altezza del Self Service, di incontrare un vecchio giocoliere
un marinaio irsuto dell'Appia, o quel goffo barbuto
che si rosicchiava il niente, in un giorno di libertà
sulla parte sinistra del Reno, andando per Kostanz,
o se ancora ti accadesse, e dovrò spiegarti
come tutto ciò può accadere, di sentire nell'aria
salendo al Rizzoli o, che so, a San Luca, l'odore del pane
o dell'orzo bollito, le mille leccornie
per noi sconsiderati, o che si tingesse a festa
Porta Saragozza (te l'ho mai detto
che volevo scaricarci due carri di fieno?)
o che, poi tanto dà sempre tanto,
si potesse noi portar giù due carri di quella neve
morbida
che servirebbe a mia madre a riempirmi le tasche
a coprire il campo come con cenere
(come faccio a spiegarti i misteri
del pane, l'inverno senza neve
le notti senza luna, i frisi?
O le rivolte senza senso, i contraccolpi
le secche risposte di mio padre, i suoi tormenti
i ceci fritti, i baci in bocca a fine d'anno)
oh come faccio a spiegarti che qui il niente
non può trovare casa, che non siamo molto distanti
dalla vita. O che solo questo è vita.

Se qualcosa di questo ti accadesse, Roberta,
in via Ugo Bassi o tra gli alberi a Sciaffusa
quando l'acqua abbuffò il ricordo dei limoni
e mi costrinse alle bifore di Munot, quel fresco di morte
o il grido ai cerbiatti dentro al fossato
(ma forse te le ho dette queste cose)…
Senti Roberta, io arrivai a Wintentur una volta
per non sapere davvero che fare, sopra un treno di menta
a Zurigo, al passaggio, mi parve un giardino di cortesie:
sono stato sempre così, lo sai,
sugli occhi ho sempre avuto
due foglie di basilico – e poi sono
come il padre che non lascia mai il campo,
con gli occhi al cielo aspetto la neve.

Se qualcosa di questo ti accadesse
o se qualcuno ti parlasse di un mondo che ormai
gira sul niente, ti prego, stringi i pugni
mangiati il cuore parla delle ragazze di crema
dei loro fiori in petto, delle melodie di velluto
dei bazar in piazza a Martano
caccia le unghie fai capire che volevamo
fare della poesia di lotta, con Conversano,
dei treni che vanno a Milano, del fustagno
che vestono i poeti, delle croci di mia madre
e che il niente da noi non è innocente,
dei lupi mannari, delle tue notti
da strega, di Bodini dei peperoni
o di quando ci aggiustiamo il sole in testa coi lupini,
dei barattoli di camomilla per l'inverno
delle mele cotte dei nostri cortili dei Turchi…

oppure dì soltanto che non è da tutti rubare al cielo
i suoi segreti. Non dovercene spiegare le ragioni.



A. Verri, (per Roberta a Bologna), Il pane sotto la neve

E mi chiamavi spartuschia e mi dicevi meticcia. Un miscuglio sanguigno di bruno color di scogli e acqua gelida. Un impasto di fregi e affreschi, il limitare della tua tracotanza, la tua accoglienza.

Daunia

Che la neve fa bene al grano.

«[…] Forse vorrebbe solamente
smussare i singhiozzi di Adùnia
lasciar tutto passare, sbrecciarsi nel cuore
per introdurvi il mare.
»

Antonio Verri

sabato 6 febbraio 2010

a tombola

Mi piacerebbe scrivere una storia metaforica e profonda, di quelle che gelano le vene e lasciano soli e disperati con le inquietudini peggiori. Ma so scrivere solo di me e delle mie finestre aperte. So raccontare solo le voci che mi arrivano e l'odore di quest'aria nuova passata da decine di narici. Mi stupisco della scandalosa prevedibilità degli eventi, mi vergogno di come ogni cosa sia già decisa e cercata, voluta, chiamata. Le profezie e i desideri si avverano e mi lasciano un senso di vuoto nella gola. Cercare le somiglianze è sterile masturbazione. Non mi interessano gli specchi, non mi piacciono i ritratti. Eppure non capisco tutta questa agitazione. Questo rigirarsi tra le mani oggetti conosciuti, parole masticate. Gretti presuntuosi a discutere dell'angolazione del sopracciglio destro, dell'inflessione tonale di uno sbadiglio, del peso specifico di un punto e virgola. Anche i cani imparano a riconoscere le cose note: il loro nome, il padrone, la strada di casa. Vanitosi profeti del passato, abbiamo disegnato la carta geografica del mese che verrà, di tutto quello che abbiamo chiamato a noi. Lanciamo odori e richiami molto più profondi della nostra immatura perspicacia, abbiamo già tutto quello che ci serve, è la paura di morire dalla noia che ci fa correre in cerchio. Poveri piccoli uomini soli con loro stessi.
E Guccini non m'è piaciuto mai, ma stanotte dal sacchetto è uscito lui.

venerdì 5 febbraio 2010

Mi spinge nella stanza e accosta la porta dietro di noi. Inizia a baciarmi, lo fa con foga, con urgenza. Penso che non dovremmo. Lui mi accarezza e tira su la maglia, me la sfila, sbottona i jeans. No, non dovremmo perché abbiamo detto che non va bene, e poi non è giusto… quasi quasi mi fermo. Mi stacco, lo guardo. Mi mi si butta addosso, mi tira sul letto, si spoglia. Però quant'è bello! In fondo sono incazzata… e allora sì, perché dovrei fermarmi? È solo sesso. Così chiudo gli occhi e lo bacio. Ecco, ora lo bacio solo con gli occhi chiusi, sono solo corpo, non gli do altro. Mi gira la testa. Mi alzo, chiudo la porta a chiave. Torno sul letto. Mi fa girare. Mi si mette da dietro quando arriva Raffaele e inizia a bussare. Dice qualcosa che non capisco, sta litigando con quei ragazzini, vuole che lo aiutiamo, che diciamo a quelli di lasciarlo stare perché ha ragione lui.
Gli grido di stare fermo e non aprire. Ma lui è più veloce e abbassa la maniglia, spinge un po' la porta e apre.
Io abbasso la testa sul letto e provo a coprirmi. Resto così, nuda con la testa sotto le coperte, ignorando la sua presenza e aspettando che vada via. Ma Raffaele è ancora lì, continua a parlare. Lui gli grida di andare. Di malavoglia chiude la porta. Restiamo così, immobili per un po'.
Lui si alza.
– Dove vai?
– Ora lo piego!
Esce senza vestirsi, io provo a fermarlo. Di là ci sono tutti. Penso che se lo vedono nudo capiranno perché non riesco a mandarlo via.
Chiudo la porta, giro un po' per la stanza, raccolgo le cose sparse a terra. Entra mia madre, sotto il braccio porta un cesto pieno di vestiti.
– Ma non si chiude questa porta?
– Cosa? Ah, no… – mi sta prendendo in giro? – Mattia ha messo una scatoletta sulla serratura.
Mi guarda e sorride ironica: – Eh, povera te! Non ti lasciano un momento di tranquillità.
Penso che ha ragione, e che neanche lei però me ne lascia uno.

lunedì 1 febbraio 2010

Where

Se non piove e non c'è nebbia. Se l'aria è pulita e c'è pure il sole. Se metti la testa sotto l'acqua, se guardi come devi guardare, se non ti lasci distrarre da un volo improvviso, dal passaggio di un'immagine inaspettata. Se alzi la testa, se non hai paura, lo vedi. Non importa quant'è lontano, ma è lì solo per te. Può essere vuoto o pieno, grande o piccolo. Puoi trovarci qualcuno o essere solo, puoi arrivarci correndo o molto lentamente. Puoi fermarti, prendere una pausa, aspettare. Puoi tergiversare, controllare la rotta, dire che forse stai sbagliando. Ma se l'hai visto non si torna indietro: alla fine arrivi dove devi arrivare.