mercoledì 17 giugno 2009
Correndo incontro al cilindro
venerdì 12 giugno 2009
Licantropie
Il collasso è avvenuto, ma i gatti ancora dormono. Non c’è spazio per le bottiglie, né per la polvere nelle tasche. Bisogna fuggire e non chiedersi dove si sarebbe potuti andare. Bisogna fuggire per trovare la terra e la sabbia da mettere sotto i denti. Ma il camino non era stato ancora acceso e la carta pressata chiude i nostri silenzi. Non dire che non sono stata là, perché io ho visto tutto. Io ho visto ma non potevo parlare, telegrafata troppo in fretta e stordita dal polline nuovo. La scossa m’ha presa e non ho saputo dire quanto sarebbe durata, ma se cerchi nei racconti troverai quello che non vedemmo. Questo sole ha asciugato i muri gonfi, ora ristretti come prugne, e nelle rughe si mostrano le nostre colpe. Quando ho preso la vanga non ho trovato altro che il sacco più vicino, non piangere ti prego. Ho usato quello che avevo, non ho saputo andare più in là. Ma mentre i buchi si riaprono sento che le mie ossa cedono. Tua nonna ci ha preparato il pranzo, lo prenderemo freddo dai sacchetti di cellophane messi in frigo. Ora è tardi per partire, ma se ascolto nella tua pancia le strade iniziano già a segnarsi. Non ho saputo fare di meglio, ma la domenica è arrivata di nuovo e noi siamo ancora indecisi a guardare il cielo troppo limpido per i nostri occhi. Cosa facciamo ancora nello stesso Paese? Cosa ci facciamo ancora sulla stessa Terra? Prendi la prima navicella e vai lontano. Oltre l’ultimo confine ci sarà lo spazio dove potremo finalmente stringerci le mani.
giovedì 4 giugno 2009
giovedì 28 maggio 2009
Quando piove resta a casa. Mentre Roma ci avvolge di caldo afoso da tubi di scappamento, noi cerchiamo di sopravvivere cercando ancore nei nostri sguardi sporchi di parole. Le tue palpebre pesanti spezzano i sogni che coltivo da sola. Rinuncerò ad ascoltare le promesse non fatte. I desideri passati e ancora vivi muovono le zampe agonizzanti. I pensieri velenosi hanno coperto il sole e sui nostri capelli si poggia l’aria stanca di volare.
domenica 24 maggio 2009
«Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita»
Un nome ripetuto, smontato, ricomposto. Un nome masticato, sempre sulle labbra dell’autore, che ripete come se toccasse ogni volta il suo corpo. Lolita, prima e ultima parola del romanzo, apertura e chiusura di un viaggio in cui l’onda del sentimento e del desiderio cresce e diminuisce per lasciar posto alle lacrime, alla colpa, alla ragione.
Le pagine di Lolita sono dense, sembrano fatte di carne e di sottobosco, si girano con difficoltà, ci affascinano, ci pongono ostacoli, non permettono al lettore una sola distrazione, richiedono continua attenzione, la costante presenza a se stessi. Una lettura affascinante e inquietante, che porta ad una pericolosa empatia con un personaggio odioso, eppure difficile da odiare, per quel suo amore straziante, viscerale che non nasconde ma che apre e analizza con il gusto di tagliare la carne viva per vedere quanto ancora potrà sanguinare.
La storia è famosa, fin troppo, il nome della giovane protagonista, di questa ninfetta, è diventato simbolo e sinonimo di precoce maliziosità femminile. Eppure Lolita è una vittima, che ha saputo salvarsi e ferire chiudendosi in una sfacciataggine infantile, opponendo alla possessività del suo carceriere tutta la diffidenza e la sbruffoneria che i suoi pochi anni le permettevano di avere.
Humbert, il suo “papà”, il suo innamorato, l’uomo che si sarebbe sciolto in lacrime ai suoi piedi ha preso un fiore e l’ha chiuso tra i suoi palmi sudati, si offende e accusa, si ferisce, vittima lui stesso delle sua passione, incapace di tenere a bada il desiderio e la paura.
Sono stata spaventata dall’immedesimazione in cui mi ha trascinata il libro di Nabokov, dal fastidio per l’ipocrisia e le menzogne che Humbert mi ha raccontato, senza saper tagliare con risolutiva accusa il mio giudizio su di lui. Quando un personaggio è reso con la complessità di cui Nabokov è stato capace, quando i suoi pensieri e sentimenti contraddittori vengono esposti senza il fine remoto di creare giustificazioni o di dare subliminali giudizi, allora questo assume tutto lo spessore di un uomo reale. E com’è difficile giudicare gli uomini!
lunedì 11 maggio 2009
sabato 9 maggio 2009
L’uomo col cappello ha detto che presto arriveremo, ma io penso che lo dica solo per darsi un punto. Segui i numeri sopra le parole e canta. Un casco di bit per nasconderti i miei pensieri, e quando arriverà il sole si seccheranno tutti. Quanto vorrei non camminare sui miei passi. La mancanza dell’assenza svuota più della tua immagine e i riccioli biondi sono ricordi per altre storie.